DIARIO di FERNANDO

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U Z B E K I S T A N

                                                      il mondo delle mille e una notte

Dopo continui inviti da parte del mio amico Faruh, mi decisi, insieme a mia moglie, a fare un tuffo nella terra di Tamerlano e ad andare sulle tracce di Marco Polo, percorrendo la mitica via della Seta e visitando Samarcanda, Bukhara e Khiva. Faruh, aveva vissuto un anno qui a Roma per imparare la nostra lingua ed era tornato a Samarcanda, visto che avevamo accettato il suo invito ci organizzò un soggiorno di una settimana con auto, autista e la compagnia di Malika, una giovane guida che aveva studiato Italiano in un corso universitario. Non avevo alcuna idea di come fosse l’Uzbekistan ed immaginavo steppe infinite, yurte e città costruite in zone desertiche, un paese oggetto di conquiste e distruzioni, prima da parte di Gengis Khan, poi da Tamerlano, per finire con l’Unione Sovietica. Dovetti ricredermi poiché è un luogo ricco di storia e di una sorprendente architettura che lascia godere incredibili ed impensabili monumenti, rimasti a testimonianza di una storia, di una cultura e di una religione tormentata ma ricca di umanità. E’ un paese  che conserva un immenso patrimonio architettonico islamico, tra i più affascinanti al mondo, costituito da grandiose moschee con piastrelle policrome, slanciati minareti, mausolei e caravanserragli. La popolazione, che ha saputo mantenere la propria identità, le proprie tradizioni ed i propri costumi, aiuta il visitatore ad immergersi in una particolare atmosfera e ad assaporarla passeggiando tra le mille vestigia presenti nelle sue storiche città. Da bambino mi leggevano storie di Alì Baba e i quaranta ladroni, Aladino e la lampada magica, i viaggi di Sindbad il marinaio, racconti che ancora oggi rimangono impressi nella mia mente poiché successivamente rafforzati dalle tante pellicole che i quegli anni vidi con piacere ed entusiasmo e che narravano di Re, gran Visir, principesse, odalische, di luoghi arabeggianti, di città circondate da mura, in cui si viveva come in un castello medioevale. A Khiva, antica capitale del khanato di Korasmia, alla vista delle ciclopiche mura di argilla della fortezza interna e della sua grande porta d’ingresso oltre la quale, in passato, prendeva vita una fiorente ed antica città, fui immediatamente catturato dai ricordi di quei racconti. All’interno della vecchia fortezza si passeggiava tra stretti vicoli o viuzze, moschee, minareti, madrase e palazzi di originale bellezza, sembrava di essere proiettati indietro nel tempo e tutto quello che circondava era magico : le case di mattoni crudi, la pavimentazione delle strade, le bellissime porte e finestre in legno, le donne avvolte nei loro veli, gli uomini intenti nei loro lavori di fine artigianato, gli innumerevoli piccoli suk, le moschee, le madrase, i minareti, tutto era rimasto come fu secoli fa. In passato ho visitato e lavorato in molti paesi musulmani ed ho avuto modo di vedere molte moschee, molte madrase, ma non mi era mai capitato di vedere costruzioni cosi particolari e coinvolgenti, nelle quali si vive un’atmosfera antica, tanto quieta e rilassante, in un cielo terso che sembra altissimo e sempre di un azzurro intenso. Kunya – Ark “ la cittadella dentro la cittadella “ separata dalla fortezza da un alto muro, in cui si trovava la residenza e l’harem del Khan, la corte suprema, la sala del trono e dell’accoglienza, le cucine e l’arsenale. Il mausoleo di Pakhlavan-Makhmud, ricordato tra i santi dell’Islam, luogo sacro con una cupola ricoperta da maioliche verde smeraldo. La stupefacente moschea Juma, il cui soffitto è sorretto da colonne lignee intarsiate e risalenti al X sec., con il suo minareto alto 32,5o mt. la cui cima termina con una cupola ed un faro ad otto archi, circondato da una cornice a stalattiti. Il Kalta – minor un minareto rivestito con piastrelle smaltate di color verde-azzurro. Esso, con una base di 14,5o mt. di diametro, doveva innalzarsi sino a 90 mt. per essere visto da tutta la popolazione del regno, non fu mai terminato. Le numerose Madrase ed il minareto Islam Hodja, maestoso, altissimo, tutto ricoperto di maioliche finemente lavorate e visibile da ogni angolo della città, proprio per la sua altezza. Recarsi a Bukhara significa attraversare il deserto Rosso ed il fiume Amu-Darya, territorio uniforme e invariato, costituito per la maggior parte da una piana coperta di dune rosse e sabbiose, strada dissestata, ricco di giacimenti e risorse minerarie, poco abitato in quanto non si intravedono insediamenti umani, anche se sporadiche apparizioni di greggi nei pressi del fiume lasciano presagire il contrario. Anche territorio stepposo oggi in trasformazione con estese piantagioni di cotone, motivo che ha causato una grande diminuzione della superficie del lago Aral. L’acqua del fiume è usata per l’irrigazione ed alimenta il lago solamente in periodo di abbondanti piogge. Bukhara, la città eterna che continua a vivere con il suo ritmo pieno di grandezza e dignità, di quiete e lentezza, un gioiello, una finestra unica sul passato che si apre davanti ai nostri occhi e ci offre la rara possibilità di allontanarci dalla frettolosa vita di oggi. Bukhara è fermarsi e vedere la “ musica “ immobile e personificata nei tanti disegni a mosaico, negli stucchi, nei dipinti dei soffitti e negli ornamenti a stalattiti. Bukhara è attingere l’acqua dalle sorgenti sacre, sentire  “ il silenzio dei cieli “  nei khanako  dei  sufi (ricoveri di religiosi oggi diventati madrase), toccare la pietra dei mausolei dei santi e rimanere stupiti di fronte al cielo azzurro trafitto dal minareto Kalyan. Acquistare un tappeto è una simpatica impresa, va prima visto e scelto poi, una volta conosciuto il costo richiesto, se si vuole spuntare un buon prezzo va fatta una lunga trattativa che potrebbe durare anche qualche ora. Io comprai un tappeto per il quale mi avevano richiesto 1.200 dollari, iniziai la trattativa ma dopo due ore, poiché non ero riuscito ad abbassare il costo, andai via. Il pomeriggio quando passai davanti al negozio il proprietario mi chiamò offrendomi l’acquisto a 900 dollari ma quando vide che non ero d’accordo rimandò la trattativa al giorno dopo. La sera acquistai il tappeto a 600 dollari. La madrasa di Nadir Khan Devanbegi, un caravanserraglio fatto trasformare in madrasa, ha la facciata, molto bella ed ornata con un mosaico di mattonelle smaltate mentre fantastiche sono le raffigurazioni sul portale, di uccelli con i daini tra gli artigli, i leggendari uccelli della felicità “ semurg “ che volano alti verso il sole a simboleggiare l’aspirazione verso il sapere spirituale. L’antica moschea centrasiatica Mogaki Attari, posta al centro della città è certamente il luogo più sacro, di cui è pregevole il portale inferiore ad arco con la parte superiore decorata con delle stalattiti. Il minareto Kalon, realizzato in laterizio a forma di torre tonda e decorato con 12 strisce di ornamento geometrico, è conosciuto anche come “ la torre della morte “ in quanto in esso si effettuavano le esecuzioni : dalla terrazza di copertura venivano scaraventati a terra i condannati a morte. Esso, quasi certamente, era l’edificio più alto dell’Asia Centrale e l’impressione che destava gli valse di essere risparmiato dalla furia distruttrice di Genghis Khan. Il Mausoleo dei Samanidi, un cubo cinto da una cupola semisferica, in cui suscitano ammirazione gli ornamenti in laterizio, la proporzione ideale in tutte le sue parti e la virtuosità nella disposizione dei mattoni mentre l’armonia delle sue forme geometriche lo rende un capolavoro dell’architettura preislamica. Nel decoro si riconoscono le tradizioni dell’antica architettura sogda : le piccole colonne arcaiche, la galleria con archi superiori, le catene di “ perle “ lungo il capitello. Il Minareto Kalyan, simbolo di Bukhara ed a forma di una torre alta 45,5 mt., non solo serviva per convocare i fedeli della città alla preghiera ma anche a simboleggiare la potenza ed il dominio dei reggenti. Accanto ad esso sorgeva la vecchia moschea karakhanide del XII sec., poi sostituita dall’attuale moschea Kalyan con piano tradizionale rettangolare con quattro ayvan ( portico ), un cortile con gallerie coperte ad arco, 228 cupole ed un chiosco ottagonale che fungeva da pulpito. Chasma Ayub, particolare mausoleo costruito sopra una sorgente, che sgorgò dopo che il biblico Giobbe bussò sul terreno con il suo bastone. Cho Minor ( quattro minareti ) piccola deliziosa e straordinaria madrasa con cortile, un’ayvan a colonne ed una vasca rivestita in pietra. Tre dei minareti erano usati a magazzino mentre nel quarto si trovava una scala che conduceva nella sala delle cupole, ove era sistemata una fornita biblioteca. Tanti altri monumenti si trovano nel perimetro della città, vista la vocazione ad essere considerata “ la città santa uzbeka “. La mattina che ci trasferimmo a Samarcanda in una grande piazza, prima di uscire dalla città, notammo numerosi automezzi in sosta ed un folto gruppo di persone formato da donne e giovani studenti. In principio pensammo che fosse accaduto qualcosa, forse avevano investito qualcuno, ma poi la nostra guida ci spiegò quale fosse il motivo. Tutte quelle persone dovevano andare a raccogliere il cotone e quello era il punto ove sarebbero andati a prenderli per portarli sui campi. Da quella piazza si sarebbe formata una lunga fila di automezzi carichi di persone, che scortati dalla polizia sarebbero andati nei punti di raccolta del cotone. Le donne reclutate erano pagate dal concessionario del terreno con una paga giornaliera decisa dallo Stato, mentre ai giovani studenti era garantito solamente vitto e alloggio. Uno studente universitario durante il corso degli studi, per decisione governativa è obbligato ad effettuare, almeno una volta e per non meno di un mese, la raccolta del cotone. Malika poi ci disse che gli studenti andavano volentieri poiché consideravano quel periodo come un felice e festoso periodo di vacanza ed alcuni gradivano ripetere l’esperienza anche l’anno successivo. In Uzbekistan il territorio è tutto di proprietà dello Stato il quale lo cede in concessione a terzi per coltivare il cotone, stabilendo in precedenza il suo prezzo di vendita. Successivamente il concessionario, dovrà cedere allo Stato il cotone raccolto, dietro pagamento di quanto precedentemente concordato. Il cotone grezzo, così come raccolto, stipato in sacchi di juta e non sottoposto ad alcun tipo di lavorazione, verrà poi venduto alla Cina. In passato Samarcanda è stata definita in molti modi diversi : “ la Roma dell’Oriente “, “ un luogo splendente del globo terrestre “, “ la città dei Santi “, “ il giardino dei servitori di Dio “, “ la perla del mondo Islamico “ ma in realtà è una città magica ed elettrizzante, in cui si possono assaporare colori, storia e cultura. La città fondata nel 700 a.C., nobile, piena di giardini, situata a metà strada del più importante canale commerciale tra Asia e Europa : la Via della Seta, fu in grado di crescere grazie al favorevole posizionamento ed a prosperare con i traffici commerciali che la resero la città più ricca dell’Asia centrale. Samarcanda toccò il suo apice tra il VI ed il XII sec., periodo in cui i continui afflussi ed i retaggi di cultura araba arricchirono ulteriormente il suo patrimonio architettonico e sociale, periodo in cui Tamerlano la rese una delle città più belle ed importanti del mondo e capitale di un impero, che nei suoi piani si sarebbe dovuto estendere dalla Turchia all’India. Oggi è una città che si è evoluta rispettando le tradizioni e conservando le testimonianze di un grande passato. Tamerlano il conquistatore più feroce che la storia umana ricordi : il suo esercito devastò l’Asia dalla Siria e dalla Turchia, fino ai confini della Cina. Condottiero con carattere scostante e contraddittorio, energico e risoluto ma politicamente inetto ed incapace di organizzare l’impero conquistato. Uno dei peggiori flagelli per il mondo islamico, passato alla storia come il più sanguinario guerriero di tutti i tempi, per la ferocia, le devastazioni ed i massacri che accompagnavano le sue imprese, aspetti che inevitabilmente relegarono in secondo piano l’atteggiamento da illuminato mecenate che egli ebbe nei confronti degli artisti e degli intellettuali del suo tempo e che risultò fattore determinante per lo sviluppo artistico e culturale di Samarcanda. Gli straordinari monumenti della Roma dell’Oriente, sopravvissuti a 700 anni di guerre, imperi e regimi fanno da cornice alle curiose abitazioni del centro, perennemente animato dal vociare dei suoi chiassosi abitanti, dai vivaci bazar, dallo strano mercato agricolo di Siab, un luogo magico per certi versi e permeato da un’aura dal sapore antico, all’interno della quale colori, odori e tanti sapori concorrono a riportare il visitatori indietro nel tempo. Il Registan, il complesso di maggiore interesse di Samarcanda, uno dei monumenti medievali più apprezzati del mondo è un insieme di antiche e maestose madrase immerse in un crogiuolo di colori, di maioliche, mosaici azzurri, mattoni policromi a testimonianza di raffinatezza e cura del dettaglio. I tre corpi di fabbrica, realizzati in periodi diversi, che formano i tre lati di quella che ancor oggi è una gigantesca e magica piazza, sono quelli della Madrasa di Uluğ Bek, della Madrasa Sherdar, e della Madrasa Tilla-Kari. Mausoleo di Gur Emir, qui si trovano i resti di Seiid Berke, il più vicino ecclesiastico dell’Emiro, le pietre tombali simboliche dei Timuridi e la pietra tombale di Tamerlano con il bordo a stalattiti. Moschea di Bibi Khanim ( la moschea del venerdì ) un tempo tra le più grandi moschee del mondo e secondo la leggenda costruita per la moglie cinese di Tamerlano, ha un grande portale con volta sostenuta da robusti piloni ed uno spazioso cortile con pavimento in marmo, ove migliaia di fedeli si recavano alla preghiera. La madrasa Sher – dor è architettonicamente una ripetizione della madrasa di Ulugbek ed in costruzione fu disposta anche sullo stesso suo asse. Nelle decorazioni delle due madrase, insieme all’ornamento floreale furono usate iscrizioni islamiche in bianco su sfondo azzurro. La facciata della madrasa Sher – dor si distingue per una composizione realizzata in pannelli maiolicati sul rivestimento dei muri e sull’arco del portale ove è raffigurata una tigre con criniera da leone sullo sfondo del sole con volto umano, a significare che il re del mondo degli animali si riunisce con il re dei corpi celesti.

Fernando MARTELLA 2012

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